giovedì, 12 novembre 2009

scorre il fiume nel mio petto, cerca il suo mare


artwork : : BiRò
 



il mio bosco è una foresta, il mio orrore
cammino,
mastico parole
lascio briciole per un ritorno eventuale

non di solo pane
ma poco più che pioggia, le lacrime
niente bianco&nero
tutto è solo più che grigio

io non voglio stare fermo qui
se il movimento è la vita,
se tutto scorre
io non voglio stare immobile

e non voglio nemmeno scrivere che la musica di Giuliano Dottori somiglia a questo o quello, che ricorda chi, incasellarla inserendola a spintoni in un genere. perché fondamentalmente ormai si cammina per boschi con tutt'altro nella testa.
nella pancia la sua musica, le sue parole e i gesti.
nel cuore solo l'amore per chi, di mattina, al risveglio, ha il respiro che profuma di sogni a colori.


nota di merito per gli arrangiamenti live e la ristrutturazione vocale dei brani del primo disco, nota di merito per Mauro Sansone, percuotitore di tamburi, piatti, perfino chiavi e qualsiasi cosa potesse essere utile, demerito per l'ora tarda d'inizio ma quello è colpa mia che ho risvegli problematici, al mattino.

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venerdì, 06 novembre 2009

14/11



noi si sarà lì ..
aperitivo lungo, ingresso gratuito, tappeto sonoro, letture di scritture, qualche poesia, un piccolo ricordo di Alda Merini, ospite a sorpresa che leggerà una cosa tanto tanto carina, sonorizzazioni improbabili, improvvisazioni obbligate, umanità varia ed eventuale. meglio che la tele.

il mood sarà tipo ..

flunk : : karma police

4 tet : : iron man

tipo ..

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categorie: diario
martedì, 03 novembre 2009

11/11 @ lian club



difenditi dal giorno
difenditi da te
come un ritorno
non capire cosa accade
non ritrovarsi e in fondo in fondo non sperarlo più
a volte ti basta tenerti stretto un ricordo

scritture cicliche, rotonde, evocative
che bastano così
che neanche una sola parola in più

e tutto il senso in fondo in fondo lo ritrovi lì
a volte ti basta tenerti stretto un ricordo



scritture pure
di quelle che ognuno di noi che s'affanna sulla tastiera vorrebbe almeno una volta veder scorrere così
facili
dure
penetranti eppure lievi
delicate
che fanno male come fissarsi su una foglia che cade.
e poi la musica ..


on air/

giuliano dottori : : tenerti stretto un ricordo
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categorie: musica
giovedì, 29 ottobre 2009

ecce homo

tenere botta
e battersi il petto.
cose che lasciano lividi

on air/

emancipator : : shook (mobb deep/sigur ros mash-up)

via souled on
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categorie: musica, diario
domenica, 25 ottobre 2009

compleblog


on air/

florence and the machine : : blinding

l'ultima fissa di questo blog .. che ormai ha 5 anni, mica cavoli

photo & GIMP : : stillpoint
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categorie: musica, diario
venerdì, 23 ottobre 2009

yas (yet another snapshot)




stretta la foglia larga la via
avete fatto la vostra ora dico la mia:

c'è un gruppetto di studenti al bar
parlano di "'sto cazzo de latino"
"tzoccola che a ottobre già 'r primo compito"
una di loro mostra ai raggi del sole delle novemenunquarto
il lavoro del suo ortodontista
costato chissà quante ore di straordinario a un padre stanco e sfiduciato, ormai
brilla
acceca quasi
metallico e freddo
poi da quella bocca armata d'apparecchio e vistosissimo rossetto esce uno sputo preciso.
galleggia in una pozzanghera d'acqua scura assieme al mio sguardo riflesso.
un altro, assente dai discorsi dei compagni di scuola, lecca per lungo una cartina grande, poi ne strappa via l'eccesso
provo ad immaginarmi nei panni della tzoccola
che lo interroga
che annega nel silenzio che ne segue
assente e ignorante
poi nello sguardo inebedito e arrossato di un giovane studente stonato già alla seconda ora.
mi giro verso il bar di fronte
fuori, seduto contro il muro, un pensionato strappa un pezzetto di briòsc
la inzuppa nel caffellàtte
lascia cadere le gocce di troppo
e con mano tremolante porta alla bocca.
sul muro dietro di lui con la vernice rossa c'è scritto
quando vai in guerra il nemico poi ti spara
mi aspetto da un momento all'altro di veder traballare sulla mia giacca la luce rossa di un puntatore laser
in guerra, io, mi ci sento da un pezzo.

stretta la via larga la foglia
sotto spesso ci si nasconde una merda di cane.


art/amilcare di paolo : : autoritratto

di lui osea cipriani scrive:

Amilcare Di Paolo raccoglie ogni genere di oggetto che cattura la sua attenzione: legni scheggiati, vecchi elementi di ferro, pietre erose dal vento o dall’acqua; li riporta nelle sue opere concedendogli lo spazio per ricaricarsi, con il resto della composizione, di una componente magica piena di affettuosa ironia. La sua superficie non è mai piatta e sognante, spesso la trattazione è drammatica, basti vedere l’uso frequente dei graffi e delle incisioni, che svelano una natura tormentata, afflitta dalla nostalgia per quella felicità che poteva essere e non è mai stata.


..ecco, appunto.

on air/

frangar non flectar : : la trappola

di loro stessi invece scrivono :

Quindici anni di storia e la necessità di trovare l'essenziale, la sostanza, l'origine. Il suono , la parola che includano tutto il resto. Niente abbellimenti, niente fronzoli. Rock 'n' Roll'. Puro e semplice.
La poesia è nel gesto diretto, scarno, che non ammette equivoci. Nella sincerità assoluta, che si fa sussurro e si fa volo. C'è l'orgoglio di offrirsi con la propria unica verità, quella del corpo e del sangue.

su jamendo c'è tutto l'album.

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categorie: musica, diario, arte, a ovest di roma, croniche
sabato, 17 ottobre 2009

on a train

A stento trovo posto a sedere sul regionale per Spoleto, sono occupati anche gli strapuntini degli ingressi davanti ai bagni. Non è che non mi piaccia viaggiare in piedi, ma mi aspetta una lunga giornata di lavoro, così decido di svegliare una signora addormentata coi piedi allungati sull'unica poltroncina libera rimasta nello scompartimento. Mi scuso, e per farmi perdonare la aiuto a mettere a posto una valigia pesantissima. Non che non ami viaggiare in piedi, tutt'altro.

Ricordo che mi è sempre piaciuto stare ore col muso appiccicato al finestrino e lasciarmi scorrere negli occhi chilometri e chilometri di immagini veloci. Nella testa ci entravano alberi, pali della luce, case, campagne coltivate, frutteti ordinati e cartelloni della pubblicità. Una miriade di messaggi subliminali, insomma. E ogni cosa che colpiva la rètina andava subito a pescare nel torbido del mio cervello, quel che vedevo si collegava immediatamente con un pensiero, un ricordo o un'altra immagine. Subito spariva per far posto alla successiva e così di seguito, a ritmo incessante. Ora dopo ora, chilometro dopo chilometro.
Poi, inaspettato, arrivava il buio totale e accecante nel quale mi immergeva l'ingresso del treno in una galleria. Al piccolo sobbalzo del cuore seguiva una percezione dei suoni più forti e netti, era come cambiare improvvisamente luogo, canale, vestito, vita. Perché il buio ti costringe a rientrare dentro, ad abbassare le palpebre per guardare meglio all'interno.
Quel ripiegamento non era una ritirata bensì la quiete, l'attimo in cui tutto tornava in ordine, il buio era come frullasse ogni cosa per estrarne un senso nuovo, alieno. Una logica insperata nelle cose che altrimenti non si sarebbe mai affacciata alla mia mente. Pensieri fino a quel momento estranei si facevano strada, intuizioni, semplici visioni, trovavo connessioni nuove, spremevo sintesi da tutto quel marasma. Raccoglievo chiavi perdute su marciapiedi passati per poter aprire porte future.

Mi siedo dopo aver sistemato la giacca, tirato fuori il quaderno e la matita, alzato appena il volume dell'I-pod. Sbircio distratto la donna seduta accanto al finestrino della fila opposta, perché sui treni ce n'è sempre una, coi capelli scuri e gli occhi grandi, un po' tristi, che guarda fuori. Guarda passare veloci le stesse case, pali della luce, frutteti e campagne coltivate pensando con nostalgia a quel che ha appena lasciato, temendo ciò che troverà all'arrivo, forse. Senza apprezzare, probabilmente, il valore del viaggio. Tempo magico, simbolico, etereo eppure così concreto.
Forse è perché si sente osservata che si gira verso di me, mi guarda e io non abbasso gli occhi. Per un attimo ci incontriamo.
Per un po' viaggiamo assieme.


on air/

manic street preachers : : everything must go (chemical bros remix)

 
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categorie: diario
lunedì, 12 ottobre 2009

breath of life

memoria
tracce di ritmo naturale
impresse nel fango secco
di secoli assolati
si beve acqua sporca
quella che piove ogni giorno


on air/

flotilla : : 1000 jacobs 
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categorie: musica, diario
venerdì, 09 ottobre 2009




nel millenovecentottantaboh in un magazzino sotto il piano stradale che svendeva tutti gli articoli per cessazione attività, dischi compresi, comprai due vinili.
il primo mi piaceva per la foto di quei due sul cofano della macchina sul retro della copertina, il secondo perchè era un EP di dimensioni più piccole dei 33giri normali ma più grande di un 45giri, con la copertina nera dal titolo "girl at her volcano".
non sapevo chi fossero quel tal tom waits e rickie lee jones, ma quei due dischi li ho amati per tanti tanti anni e ancora oggi, forse ancora di più quando ho scoperto che la donna poggiata al cofano di quella macchina era proprio lei, rickie lee..

on air/

rickie lee jones : : last chance texaco
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mercoledì, 30 settembre 2009

il bello delle cose semplici




mia moglie esce molto presto al mattino per andare a lavorare, mia figlia si sveglia quando sente chiudersi la porta e si riaddormenta solo se ..
non male andare a letto la sera con una donna matura, peraltro molto attraente, e risvegliarsi al mattino con accanto una più giovane di trentacinque anni :-)
aspetto l'uscita del disco per parlarne in maniera più approfondita, ma il singolo di Giuliano Dottori è un gioiello, semplice, brillante.

on air/

giuliano dottori : : chiudi l'emergenza nello specchio

photo : : quelquechose
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categorie: diario
lunedì, 28 settembre 2009



c'era lei, lei e pure lui .. c'era gente, credo sia stata bene
spero abbia passato una bella serata, quantomeno per il posto
o per il vino
poi, se le nostre cose son piaciute,
tanto meglio

la chiusura (per chi è dovuto andar via prima del bis) è stata


the wire è un telefilm, probabilmente il più bello dell'intera storia delle serie televisive.
gli sceneggiatori, ad un certo punto, disegnano, delineano un personaggio particolare, marginale, forse
ma terribilmente funzionale a quel messaggio "politico" che ormai solo la scrittura seriale consente:
un killer di colore, nùiorchese, molto elegante, colto, ma pur sempre un killer. il più feroce.
c'è un dialogo tra il killer e il suo luogotente, al contrario greve e poco incline alla cultura, che fa all'incirca ..

"sai qual'è la cosa più pericolosa oggi in america?"
"no, qual'è?" risponde il tirapiedi, rimettendo nella fondina la sua 44
"un negro con la tessera della biblioteca"

perchè, è vero, chi legge è pericoloso,
anche se, secondo noi, è più pericoloso chi legge in pubblico

noi siamo Oil4Brains
benzina per cervelli ..

alla prossima

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categorie: diario
venerdì, 25 settembre 2009

spappolamento del nocciolo della questione (post surreale)

ti sparo.

oddio! no .. perchè proprio a me?

sei come gli altri, quindi ti sparo

ma perchè .. io sono uno regolare, io lavoro. che c'entro?

che lavoro fai?

ehm .. disegno icone

???

icone .. quelle del computer

e che lavoro del cazzo è? a che serve .. il genere umano ci ha messo millenni per passare da una comunicazione elementare fatta coi disegni ad una più articolata .. il linguaggio. e tu disegni icone .. perchè? a che servono?

per fare prima

prima cosa?

il tuo lavoro .. fai prima quindi guadagni di più, capito?

io sono un dipendente ..

allora guadagnerà di più il tuo padrone

vedi che faccio bene? adesso ti sparo

oh cazzo! .. almeno ad una gamba

va bene

attento a non colpire l'arteria femorale

va bene

 .. anche il nervo

va bene

e neanche l'osso

va bene

ah .. nemmeno il muscolo vasto mediale che poi è difficile da riabilitare

piantala, sei un medico?

sì, anche ..

che vuol dire "anche"?

ho un piccolo ambulatorio clandestino

e che ci fai?

ci ricucio malviventi reduci da scontri a fuoco con la polizia che non potendo rivolgersi a strutture ospedaliere per ovvi motivi, si rivolgono a me che con un piccolo sovrapprezzo tengo la bocca chiusa.

ti sparo

aspetta!

cosa?

ti do soldi

non li voglio

coca?

no grazie

donne?

nemmeno

ragazzi?

uffa .. no

cosa vuoi allora?

 .. spararti?

aspetta, ce l'ho una cosa
(si gira, apre un cassetto e senza farsi vedere tira fuori una pistola)

bang!

bang!

giacciono a terra entrambi
in un bagno di sangue
la polizia liquiderà l'accaduto come esito di lite per futili motivi, oppure doppio omicidio di natura passionale maturato in ambiente condominiale, come ce n'è tanti. al giorno d'oggi ..


on air/

volcano choir : : Island, IS
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categorie: musica, croniche
martedì, 22 settembre 2009

la fantasia dei popoli non viene dalle stelle

sventolano il tricolore
stringendo nel mentre alleanze con coloro che il paese lo vogliono diviso
i morti in guerra
li celebriamo nella aule
trenta bambini affollati in una classe, che si chiedono il perchè di quel silenzio, ma solo per un minuto
e nessuno gli risponde.
chiamiamoli pure eroi
ma i combattenti, i resistenti
caduti dall'impalcatura di un cantiere irregolare rimangono lì, con la faccia nella polvere 

sventolano il tricolore
ma i loro soldi li portano all'estero
hanno macchinoni tedeschi
cellulari svedesi
sushi giapponese
sigarette americane
solo le canzoni, napoletane.
delle scorie radioattive nel nostro mare
delle armi e dei rifiuti tossici in africa, degli omicidi di chi sapeva tutto
appena una parola, dopo quindici anni, nei Tg.
come se anche per Ilaria dovessimo innalzare un tricolore, inevitabilmente sbiadito, però.
quasi che per tutti i loro delitti
dovessimo alzare bandiera bianca.

on air/
melissa mc lelland : : factory (springsteen cover)
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categorie: diario
domenica, 13 settembre 2009

straight to hell



eppure
io mi ricordo
ed è un ricordo vivo, le immagini, i suoni e gli odori sono ancora lì
ogni tanto qualcosa me li riporta in superficie, dentro.
due note di una canzone suonata dal busker giù, sotto i corridoi della metro, oppure quando cammino per le vie del centro di roma o se mi fisso a guardare il cielo fuori dalla città.
chè qui ormai l'inquinamento ti confonde ogni colore, sbiadendolo.
eppure
una volta era proprio azzurro, il cielo, la mattina d'inverno che traversavo centocelle a piedi per andare a scuola. le mattine d'inverno, quando un po' di tramontana ripuliva l'aria, e respiravi a fondo l'eccitazione fredda dell'adolescenza.
e tutto mi sembrava così leggero, anche le assemblee, i collettivi e le manifestazioni tutti assieme.
era un vivere leggero, davvero.
eppure ..
in questi giorni così pesanti
ancora oggi
continuano a chiamarli anni di piombo.

on air/

lily allen : : straight to hell (clash cover)

the national : : clampdown (clash cover)
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categorie: musica, diario, croniche
mercoledì, 02 settembre 2009

the streets, the field and my age

osservo il giovane pakistano o forse bengalese, mi passa davanti alla guida di un vecchio furgoncino mercedes, porta la frutta. come tutti i furgoni attempati, perde olio.
lei cammina sul marciapiede non leggera nè disincantata, consapevole del suo culo esagerato che esibisce appena coperto da jeans corti e stracciati ad arte.
lui invece mi guarda distratto, fermi, assieme, al semaforo. negli occhi l'espressione tipica del giovane proletario, avremmo detto un tempo. un lavoro del cazzo per una paga misera, la roma che continua a perdere, ma .. 'sticazzi! c'ho la smartina nera nuova nuova, presa a rate che se mi licenziano come faccio? .. 'sticazzi, intanto ce l'ho!
di fronte a noi un altro poveraccio che rimedia qualche spicciolo facendo il giocoliere ai semafori, litiga coi lavavetri, certe volte, oppure col vecchio, storico venditore di fazzolettini (che dice che ci si è comprato casa con quella cosa là).
dall'altra parte della strada arriva un altrettanto giovane manager macrobiotico, giacca, cravatta e bicicletta. anzi citybike. occhiale scuro, espressione mooolto sicura di sè.
proprio un bel quadretto .. penso.
il ciclista non riesce a staccare lo sguardo dal culo esagerato, non vede la macchia d'olio, la ruota della bici derapa, sbanda, il disgraziato perde il controllo del mezzo e rovina contro il giocoliere ..
certe facce non si dimenticano facilmente. così è per l'espressione del proletario romanista fermo al semaforo, il suo sguardo assente, puntato impotente verso la parabola che la clavetta ruotando impazzita nell'aria fa verso il cofano della sua smartina nera nuova nuova. poi il boato. subito dopo il verde.
me ne vado, felice di andare per i cinquanta.


on air/

the streets : : could well be in

the field : : a paw in my face
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categorie: musica, diario
lunedì, 24 agosto 2009

guerra, non terra

Giovannino, che però tutti chiamavano Giovanni, era nato sull'appennino, quello medio, che ancora non è proprio montagna ma nemmeno collina, che è facile da coltivare. Giovannino era un contadino, o meglio, come dicevano le carte, coltivatore. Da generazioni e generazioni. Il bisnonno se lo ricordavano ancora tutti perché da un viaggio di là dall'adriatico, aveva riportato un ulivo speciale. Resistente alle gelate, piccole olive che però davano un olio saporito e profumato. Lui, Giovannino, fin da piccolo lo usavano per arrampicarsi sugli ulivi per raggiungere i frutti più difficili, perché l'olio viene più buono se non raccogli le olive da terra, e poi mica solo sugli ulivi era bravo a salire. Ciliegi, susini, peri, meli e peschi, tranne che sugli alberi di fichi, ché, come diceva sempre il nonno, “chell so' traditori”.
Spesso saliva su una grande quercia che cresceva sotto il colle in faccia al paese, un vecchio, grande albero che era lì da almeno trecento anni. Da lassù poteva guardare il mare e perdercisi dentro, a sognare un viaggio, una nave.

Il suo vicino di cuccetta lo svegliò vomitandogli addosso la sbobba avuta per cena, erano molti quelli che con un po' di mare si sentivano male, gli alloggi della truppa sottocoperta puzzavano di quell'odore che nessuno riusciva a togliere, nemmeno dopo cento saponate. Era un odore che entrava nel legno della nave e nei vestiti dei soldati che andavano a combattere in Africa per l'Italia, per il duce e per il Re. Pensare che non aveva mai voluto vestirla lui, la camicia nera. Con grande scorno del podestà e di buona parte dei compaesani abituati com'erano a non chiedersi mai se una cosa fosse giusta da farsi o meno. Ad ogni buon conto, lui era sempre stato un ottimo soldato, uno che la calma non la perdeva mai, nemmeno nei momenti peggiori e i suoi superiori lo sapevano, per questo avevano voluto che in Africa, in guerra, assieme a loro ci andasse anche lui.

Giovannino che però tutti chiamavano Giovanni, già più grande, lavorava nei campi. Il sole e la zappa lo avevano fatto scuro di pelle, asciutto e forte. Il maestro e il prete, colpiti dalla sua fame di sapere cose, lo avevano fatto invece ricco di libri che lui gli restituiva in forma di parole. Spesso le sere d'inverno le passavano a chiacchierare e discutere di quel che leggeva o della guerra, se si doveva fare oppure no.
Oppure no.
Come diceva sempre lui.
Tanti altri, invece l'avrebbero voluta, la guerra, quelli che il giornale chiamava “gli interventisti”.
Lui no, era come se avesse saputo, da sempre, che in certe cose era meglio non metterci mano.
Ci pensava spesso, sempre più spesso, anche quando era nei campi a dissodare il terreno per la semina, aggrappato com'era alla sua vanga.

Attorno era solo fumo, urla di feriti, esplosioni violentissime, alcune così vicine da toglierli l'aria e pure la voglia di continuare a respirare. Giovannino, che però tutti, anche in trincea, chiamavano Giovanni, continuava a scavare la sua buca, scavava veloce, scavava preciso. La sua consegna era quella di sminare le zone dove sarebbero passati gli altri, all'attacco delle postazioni austriache. Era il contrattacco dopo il Piave. Era la Storia, ma lui non lo sapeva. Sapeva solo che tanti come lui erano stati chiamati. Giovannino, che però tutti, anche nell'ufficio comunale, chiamavano Giovanni, era nato nel 1899. era un ragazzo del '99.

Così è che me la sono rappresentata nella testa la vita di Giovannino, che tutti, anche al Distretto Militare, chiamavano Giovanni. Quello che invece non riesco nemmeno a immaginare è il resto, paradossale, assurdo, eppure vero, di quelle verità che tante altre famiglie avranno toccato con mano senza riuscire a capacitarsi e a farsene una ragione.
Fatto sta che nel '43 i tedeschi arrivano al suo paese, rubano da mangiare, forse violentano qualche giovane contadina e, cosa decisiva per la vita di Giovannino danno alle fiamme tutti i documenti all'anagrafe del comune. No, i tedeschi no, nemmeno lo vedranno mai Giovannino che ancora è in Africa, in un campo di prigionia inglese, probabilmente. Tornerà al suo paese solo nel 1946. I tedeschi, loro no, non lo chiameranno mai Giovanni.
Al contrario della previdenza sociale che non gli riconoscerà le due guerre combattute, girando probabilmente i suoi soldi ad un omonimo, Giovanni, registrato correttamente all'anagrafe, di sicuro imboscato, uno di quelli che la camicia nera se l'era messa fin dal primo momento, amico adesso di qualche galoppino al distretto militare ex-camerata, riciclato anche lui, come troppi altri.
Con la scusa che i documenti i tedeschi li avevano bruciati, con la scusa che tutti lo avevano sempre chiamato Giovanni, con la scusa che il dopoguerra è sempre confusione.
Senza scuse.
Senza pensione, se non quella minima di coltivatore, cosa che dopotutto aveva davvero fatto in trincea sul Piave e tra le sabbie del nord Africa, zappando attento, scavando rapido e preciso, tirando fuori dalla terra cose non da mangiare ma da lasciare alle cure degli artificieri. Che però non è proprio la stessa cosa che cavare patate, lavorare al Comune, all'anagrafe o al distretto militare. E' una cosa parecchio più pericolosa che poi tiene in vita molti dei tuoi compagni, è una cosa oscura ma ugualmente eroica. E non è giusto che nessuno te la riconosca.
Anche se ti chiami Giovannino e tutti, testedicazzo, per il resto della vita continueranno a chiamarti Giovanni. 
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categorie: storie
domenica, 16 agosto 2009

ferragostana (sabbia & coca 4)

La gente che balla dopo aver mangiato i cavatelli e bevuto tanto tanto vino mi ricorda lo spirito degli anni '80 .. l'hardcore, giovani punx che pogano sotto al palco. Anche se, va detto, un abruzzese che balla la spallata è alquanto più selvaggio.

Misantropia? Sensazione di inadeguatezza o semplice solitudine, non saprei. Inevitabilmente mi ritrovo sempre fuori dalla confusione. Come uno scemo, su una panchina distante dalla gente che balla e si diverte alle feste di paese, a scrivere di chissà cosa, poi ..
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categorie: diario
venerdì, 07 agosto 2009

sabbia & cocacola '09 (tre)

Coi gomiti poggiati alla ringhiera guardo lontano, verso le montagne. Davanti a me vedo solo il blu scuro del cielo che s'immerge nel verde della linea delle montagne, a destra e a sinistra invece è tutto perturbato dal girare lento di pale eoliche che nessuno ha ancora ben capito a cosa servano realmente. Certi pensieri hanno il potere di riportarmi con lo sguardo e l'attenzione più vicino, allora mi ritrovo a fissare una macchia d'olio proprio in mezzo alla carreggiata, lasciata da una vecchia auto o forse da un trattore di quelli che se gli capiti dietro smadonni finchè non li superi. La macchia d'olio sembra la faccia di un uomo.
Distinguo chiaramente l'ovale del viso e i capelli che lo incorniciano, la bocca semi aperta e gli occhi atteggiati in un'espressione come a dire:
“guarda quello lì sul balcone, ha la faccia che sembra una macchia d'olio sull'asfalto”.


Abbronzata, ha i capelli schiariti dal sole e dal mare raccolti in una crocchia. Gesticola mentre parla con le amiche, quando fuma pare che stia baciando il suo unico, grande amore. Spegne decisa la sigaretta a metà nel posacenere. Si accarezza il bordo inferiore della mandibola per rimuovere sabbia o salsedine. Poi gioca con le dita e non saprà mai di qualcuno che un giorno sulla spiaggia, all'ora dell'aperitivo, scriveva di lei.

on air/
hannah read : : a taste of  honey
will phalen : : wake up
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categorie: diario
venerdì, 31 luglio 2009

sabbia & cocacola '09 (due)

Ci sono cose più difficili che rollare una sigaretta in spiaggia controvento. Una di queste, ad esempio, è accenderla.


Nella testa ho appena tre note portate dal vento, rubate a chissà quale radio, chissà che canzone.
Ma girano
girano
girano in tondo
casca il mondo
casca la terra
vola la sabbia nei miei occhi.


Guardo la linea dell'orizzonte, il mare più azzurro che il cielo. Gli occhi è come se volessero uscire fuori a raggiungerla.
Ed è un po' avere un'esperienza extracorporea:
mi vedo seduto al sole, sul bagnasciuga, raggi di luce che si riflettono e si scompongono non appena attraversano le piccole gocce d'acqua sulla pelle. Poi mi vedo fare un gran sospiro, mi sento quasi gemere o appena come un piccolo lamento. Infine controvoglia rientro dentro me, cioè l'altro me, quello col ballo di sanvito, lo sguardo ormai fisso all'orizzonte e la faccia un po' da ebete, solo quando siamo insieme, riuniti, riusciamo a fare la pipì.
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categorie: diario
giovedì, 23 luglio 2009

sabbia & cocacola '09 (uno)

“vai a confermare la grigliata di domani sera” mi dice mia moglie, due ragazzotti che lavorano al mercatino di Vieste organizzano per venerdì sera una cena a base di agnello alla griglia per turisti scelti ad un prezzo accettabile. Una di quelle cose che funzionano col passaparola, ossia la signora della pescheria sotto casa ci avverte che in fondo al corso c'è un mercatino molto colorato dove è possibile comprare le alici marinate che ci piacciono tanto, i pomodori secchi, le olive sottolio e tanto altro bendiddio. Il mercatino ci conquista immediatamente coi suoi colori,i suoi profumi e soprattutto coi suoi sapori: il formaggio cacioricotta, i pecorini stagionati, freschi, maturati nel mosto, olive di ogni dimensione, fattura e preparazione, peperoncini ripieni e mazzi di origano che ti stordiscono se avvicini le narici.
Esco
passo per la piazzetta di fronte al mare, quella colle palme e le panchine dove c'è un sacco di gente che si siede a ciangottare dopocena, dopo il tabaccaio c'è l'enoteca e un vecchietto di fuori seduto su una sedia di paglia che mi guarda fisso
“cazzo vuole” penso
e lui mi guarda ancora
allora lo guardo anch'io
e lui mi indica col dito e la gente che passa lo vede e si gira a guardare me che nel frattempo mi sono fermato come se la proiezione di quel dito fosse un ostacolo al mio procedere oltre
“capitano!”
mi urla
mi guardo attorno sbigottito
ce l'ha con me
ci sono solo io ormai qui, la gente s'è fatta da parte come se quel dito rugoso l'avesse scansata tutta
“capitano!” ripete, si alza e mi viene incontro
“ma.. veramente.. io”
balbetto mentre penso che è inutile spiegargli che sono rimasto un semplice fante durante il servizio militare
che i gradi non li ho voluti e che comunque la differenza di età è una pregiudiziale anche più importante di tutto il resto
si avvicina e mi guarda fisso, poi i suoi occhi si velano appena appena
“mi scusi ..” dice
“è che lei .. tu .. somigli, anzi sei proprio uguale al mio capitano durante la guerra, eravamo in Grecia sai?”
finisco seduto accanto a lui con un bicchiere di vino bianco e secco come il vento che stasera spira da sud
mi racconta della guerra
mi racconta dei greci e dei tedeschi
mi racconta di come quel capitano sia riuscito a salvare tutto il distaccamento su quell'isola che alla fine non ho mica capito se fosse kios o tilos o vattelappèsca, colpa del vino, del vento o della memoria del vecchio.
Riesco ad accomiatarmi, mi svincolo elegante, mi rituffo nella folla del corso che nel frattempo è diventata tanta e riemergo di fronte al municipio dove c'è un argentino con la coda di cavallo, amplificatore, chitarra e chesterfield incastrata sul manico. Suona alla maniera di Jeff Healey, seduto con lo strumento sulle ginocchia. Mischia “message in a bottle” all' “inno alla gioia” di Beethoven, lascio un euro nella custodia della chitarra dopo essermi spellato le mani in un prolungato applauso.
Mi ritrovo all'improvviso coinvolto in una discussione con un simpatico e panciuto cinquantenne di Verona, riguardo il progressive italiano degli anni '70, la figlia nemmeno decenne ci guarda con un filo di compassione che le attraversa gli occhi, o almeno credo. Ci accomiatiamo giungendo alla conclusione che sì .. la pieffèmme, sì le orme .. ma il banco era un gradino più su.
Mi allontano cantandomi dentro “thunder road” del boss, chissà perchè ..
a metà canzone mi rendo conto di essere arrivato di fronte alla pasticceria prospiciente il mercato, attraverso la strada piena di turisti arrossati e passeggini ingombri di bimbi ormai dormienti spinti da mamme finalmente libere di scambiare due parole col proprio uomo ma incapaci di farlo per via della stanchezza. Brillo del vino del vecchio e dei profumi di origano e spezie varie riesco infine ad arrivare all'ultimo banco, quello dei ragazzotti e della grigliata del giorno dopo che però, con rammarico, mi dicono che non si fa più perchè il venerdì per loro è una giornataccia e che forse è meglio farla di lunedì o martedì.
“occhèi” dico io “non c'è problema, fa niente”
“dài, ci vediamo lunedì”
“naaa..io parto sabato mattina presto, ma davvero .. fa niente, sarà per un altro anno”
“maddài .. no, mi dispiace, beviamoci un bicchiere di bianco, dài, così .. per farci perdonare”

sono a casa
fondamentalmente ubriaco
fondamentalmente penso sia stata una vacanza nella vacanza
durata forse un'oretta d'orologio
ma
dentro
dentro
magari non era un'oretta
era di più
era una vita intera
o anche più di una
o forse era solo il tempo per scrivere un post, come questo, senza correggerlo. Senza rileggerlo.
postato da: stillpoint alle ore 23:22 | link | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categorie: diario